sabato 23 settembre 2017

Per Ginestre e libri proibiti, intervento di Redenta formisano

Pubblico questo intervento che Redenta Formisano ha fatto per la presentazione del mio romanzo alla Mondadori di Nocera Inferiore il 24 aprile 2017.
Redenta Formisano è una scrittrice affermata, autrice di numerose opere di narrativa, conoscitrice della scrittura e della narratologia.
Questo intervento rivela una lettura colta, sensibile, approfondita. 
Grazie a Redenta.

E così, camminando dentro queste contraddizioni e questi interrogativi, se n’era andato in Chiesa”.

Così Luciana Gravina, l’autrice del bellissimo romanzo Ginestre e libri proibiti, ad un certo punto della narrazione, descrive Don Biagio Gravina, il prete di Torraca, l’antenato immaginario che non ha avuto ma che avrebbe voluto avere e che veramente appartiene alla linea dei suoi avi, dal punto di vista culturale: Don Biagio, una creatura sua e un suo rimpianto nostalgico, Don Biagio, il lettore dei libri proibiti, il protagonista ma non il solo, di questo complesso, molteplice e polifonico romanzo. Don Biagio cammina dentro le contraddizioni, vi è perso e cerca di risolvere almeno qualcuno dei suoi dilemmi, di trovare una via di uscita, il filo da disbrogliare che finalmente metta “nel mezzo di una verità”, come direbbe il poeta.
Insomma, non gli basta, in un secolo come il Seicento, di fedeltà assoluta e imposta ai dettami della santa madre chiesa, starsene contento al quia, come consiglia il vecchio Dante.
Nel piccolo paese di Torraca, a Sud del Sud c’è un genius loci, il vento, che non è un evento climatico, è il guerriero, è il movimento, l’assenza di quiete, di stabilità, sconvolge i panorami, irrompe prepotente. Non sta fermo, sembra placarsi e riprende. E anche la testa di Don Biagio è sconvolta da refoli impietosi, lui che preferirebbe starsene contento al quia, che amerebbe arrendersi alla tranquillità della fede. Refoli che spifferano e se ne vanno in libertà per incontrollabili percorsi.
Una via di uscita ai suoi dilemmi Don Biagio crede di averla trovata, alla fine, quando incontra due romani, Maria e Pasquale, non acculturati ma che hanno da chiarirgli molte cose, seguaci di Paolo Maris, il teorico della crescita personale e dei punti di percezione. Ma, infine, quel che importa a Don Biagio è dimostrare che si può essere liberi nel pensiero, che l’uomo riscatta la sua dignità non nella soggezione a schemi preordinati ma nell’autonomia della coscienza. “…Che la percezione del reale non si può fermare nella percezione dei cinque sensi e che esistono dei punti di percezione nel nostro nucleo energetico che ci fanno indagare su un ambito ben più complesso del dato epifanico in cui viviamo immersi.”
 O meglio, l’ultima via d’uscita gli sembra di averla finalmente trovata quando diventa narratore, quando si siede al suo scrittoio, mette meticolosamente in ordine, sceglie i cento fogli che ritiene gli siano necessari e narra, ora con dolorosa passione, ora con l’occhio inutilmente distaccato dell’umorista, tratti tipici di chi scrive di sé, la vicenda che è qui, in questo libro. E che Luciana ha narrato. E che Luciana ha narrato dopo essersi imbattuta in un’opera autentica di Palamolla Giovan Giacomo, personaggio, questo sì, storico, trovata in una libreria antiquaria nel 1998. E che l’autrice aspettava di incontrare.
I libri antichi e nuovi, proibiti e non, si moltiplicano e si riflettono, in uno straordinario gioco.
Insomma, in un affascinante gioco di specchi e di finzioni ci sono due narratori. Entrambi hanno scelto di mettersi in gioco e di mettersi addirittura in pericolo.
La scrittura, però, fino a quel momento, quando decide di sedersi e narrare, Don Biagio l’aveva lasciata al suo amico Giovan Giacomo, barone Palamolla. Meno furbo don Biagio, però, di lui, che scriveva sonetti, panegirici, tutti a carattere sacro, in apparenza. Nemmeno il trattato De l’ornamento de l’oratione l’aveva compromesso, con quella dedica finale, in cui si dichiarava servitore dell’illustrissimo sig. Antonio Asinari.
Quella dedica adulatoria non gli era proprio piaciuta a Don Biagio.
               
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Luciana Gravina, ha scritto un romanzo complesso, nel quale è possibile effettuare un vero e proprio scavo per portare alla luce significati e scoprire nelle pieghe della Storia colore e calore di storie, attraverso la benedetta maledetta curiosità.
            
 Ginestre e libri proibiti è il romanzo degli incontri e degli abbandoni, degli arrivi e delle partenze, delle solitudini e della tenerezza.
E’ una storia molteplice, che contiene potenti ossimori e oasi tra dolcezze e furori. Il romanzo si apre senza preamboli, ci fa capire subito di che si racconterà: la dicotomia, la divergenza tra mente e corpo.
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Questa storia di contraddizioni, è una storia moderna? Sì, lo è.
Nel Seicento l’uomo ha definitivamente perso la sua centralità, è un secolo in cui tutto è centro e tutto è periferia, secondo il pensiero di Giordano Bruno, il cantore dell’infinità dei mondi, l’altro grande protagonista nascosto del romanzo.
Del Seicento vengono colti i caratteri dominanti, così diversi eppure così simili a quelli dell’epoca in cui viviamo.
I tempi sono lontani eppure così nostri, per il conformismo, l’omologazione e la necessità che avvertiamo, tra le strettoie e i labirinti, di andare oltre le nostre inquietudini e di ritrovare una strada, un pensiero eretico che spalanchi nuovi orizzonti.
Don Biagio, Giovan Giacomo, l’alter ego del prete di Torraca, il suo amico, e Ludovica, la protagonista tra tanti personaggi di donne, devono navigare in un oceano d’ incertezze, malgrado la certezza che la fede dovrebbe loro dare.
L’uomo del Seicento – dopo la crisi che si spalancò nella percezione del mondo in seguito alle scoperte scientifiche e geografiche, da cui il Mediterraneo venne bruscamente relegato a un ruolo economico marginale – dovette escogitare una nuova struttura dell’intelletto, cercandola in un fragile punto di equilibrio tra immaginazione e logica, istinto e ragione, vita e forma.
La nostra attualità ha bisogno di risolvere lo stesso problema: l’uomo rotola “dal centro verso la x, spinto oltre il bordo dell’abisso dalla demolizione delle Grandi Narrazioni filosofiche e scientifiche.
Ed ecco i temi tipici dell’Esistenzialismo novecentesco «la morte, l’errore, la colpa, il nulla, l’impotenza, il tempo» li ritroviamo tutti in alternanza ossimorica dominante che nasce, ora come allora, in piccoli paesi o in grandi città, dal problema dell’uomo, del suo rapporto con il vuoto, con l’assurdo, con la libertà, con la speranza e la realtà.
E’ il romanzo della sfida al pensiero unico, è il romanzo dell’utopia “Forse sarebbe venuta la fine di questo mondo, sarebbe scomparso il mondo per come era stato fino a quel momento: allora le guerre sarebbero finite, le ricchezze equamente distribuite, i governanti sarebbero stati onesti, attenti al benessere collettivo”.

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E’ un romanzo simbolico? Sì, lo è, a partire dal titolo: Ginestre e libri proibiti. Esiste una ricca messe di simbolismo collegata a questa pianta: i fiori gialli sono simbolo di intelligenza, vitalità, energia.
Nel linguaggio dei fiori la ginestra simboleggia la modestia e l’umiltà. E il pensiero va a Leopardi, alla sua odorosa ginestra che i deserti consola.
Ma, nell’opera di Gravina la pianta rappresenta insieme l’eterno ciclo di vita e di morte di fronte al quale l’uomo deve arrendersi, non senza essersi stupito, e di stupore epifanico, della straordinaria bellezza della natura: Aveva inspirato a lungo il profumo delle ginestre che veniva dal basso del balcone: stavano lì le ginestre imperterrite nel loro rituale ciclo di vita morte, niente, qualunque cosa accadesse agli uomini poteva mutarne il ritmo, la pertinenza e l’ironia.
E c’è un oggetto che domina simbolicamente: è un coltello che Don Biagio sente che gli appartiene.
Le terre del Cilento, sembrano così lontane da Roma, l’Inquisizione sembra lontana da Torraca, ma è lì, ha permeato le menti e la sensibilità. E quel coltello lo ribadisce con forza.
E con quel coltello si chiude una vicenda e prende l’avvio un viaggio misterioso di don Biagio, verso Torino, verso Parigi? Comunque verso un luogo dove era nato uno dei suoi libri proibiti.
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Ginestre e libri proibiti è un romanzo storico? Sì, lo è. Narra un’intricata vicende d’amori e di passioni, di briganti e di osterie, di miseria e di sprechi, di odori e di sapori, di vita e di morte che ha inizio il 3 maggio del 1667.
Da sempre l’uomo ha cercato una via per tornare indietro nel tempo.
 Ogni volta ha dovuto ammettere la propria sconfitta. Ma ci sono cose che solo la letteratura può fare, anche sconvolgere i tempi, mescolarli.
Il cronotopo cioè l’interconnessione spaziale temporale con cui la letteratura si impadronisce dello spazio e del tempo, dell’uomo storico reale e lo fa rivivere di vita propria, in questo romanzo scorre tra due coordinate, Roma e Cilento, scorre tra esistenze, miserie, feste, danaro, scorre tra la vita della provincia, della borghesia ottusa, dell’altrettanto ottusa intellighenzia romana.
Gli oggetti hanno un ruolo importante in un narrato così come in poesia.
Luciana è anche un’artista e conosce la gioia di creare con metalli e pietre raffinati gioielli. Sa cosa significare manipolare, plasmare, scoprire come la materia, rame, argento, pietre dure, possano ubbidire all’immaginazione e interpretare forme rigide e in movimento.
Nel romanzo si legge un rispetto per gli oggetti, oggetti destinati a durare, nel tempo: il cuozzo del vino, i cappelli con la piuma, le porcellane, le tovaglie a testa di re, i pavimenti di mattone in cotto.
C’è un’opera di George Perec, Les Choses. La storia narra di una coppia che viene a poco a poco inghiottita dagli oggetti che ha intorno: elettrodomestici, riproduzioni di quadri famosi, pubblicità. Perec enfatizza così l’effimero che diventa però vitale, il tutto attraverso un occhio analitico e ironico che non perde di vista l’ossessione dell’uomo di possedere la materia. Il processo di mercificazione ha accentuato la natura di importanza e contemporaneamente di precarietà degli oggetti, simboli di proprietà e ricchezza, ma allo stesso tempo destinati a divenire rifiuti e detriti.”
Nel romanzo di Luciana Gravina, negli ambienti di Torraca, gli oggetti vanno oltre il mero uso estrinseco, spesso sono simbolo di uno stato d’animo, di una classe sociale, di un sentimento.
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E’ un romanzo autobiografico? Sì, lo è
Dov’è l’autrice? Si nasconde sapientemente, ma la ritroviamo e ritroviamo tracce dei suoi ricordi.


Non c’è modo di decidere prima quel che poi si ricorderà. I ricordi hanno un che di imponderabile e di imprevedibile. Non sono frutti che vengono giù dall’albero dopo una lunga maturazione. Hanno piuttosto le sembianze di conigli che sbucano all’improvviso da dietro un cespuglio.


Il mondo moderno è basato sull’attualità, mentre la scrittura non è assolutamente attualità.
Attraverso la televisione molte persone raccontano la loro esistenza in poche parole, vogliono fissare l’attimo. Ma così la vita diventa un caos completo, un grande fuoco d’artificio in cui esplodono mille pezzi di esistenze.
Luciana, quando si è seduta a scrivere, ha anche risposto all’esigenza di ordinare, di capire, di congiungere i pezzi del presente, della sua vita in una rete di passato e presente, in una trama di molte e ricche esistenze.
Nel romanzo l’autrice rivela pienamente l’amore per la sua terra e la sua parlata che lascia intatta, senza mimesi e contraffazioni.
Si ritrova in alcuni tratti il modo di raccontare tipico della cultura orale. Ci sono gli ambienti del piccolo paese del Cilento e nel contrasto tra palazzi e cortile, la simpatia dell’autrice va ai cortili.
 Scrisse Pasolini:
Ho nostalgia della gente povera e vera. Erano esclusi da tutto e nessuno li aveva colonizzati. E poi è salita silenziosa l’acqua dell’omologazione.
Anche Luciana nutre un nostalgico rimpianto di quel mondo?

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É un romanzo scritto con sapienza narrativa.
Una fondamentale accuratezza d’espressione è il solo e unico principio morale della scrittura. Che poi è la cura verso le opere e i giorni degli uomini.
La scrittura di Luciana si connota della dimensione, della simpatia e della compassione nella disponibilità a guardare la realtà con lo sguardo di chi sta ai margini, di chi soffre, dei poveri, degli infelici, con la disponibilità a incrociare lo sguardo di chi è inquieto, di chi cerca una verità, di chi cede. Di chi con disperata speranza naufraga e si perde nei libri proibiti.


mercoledì 26 aprile 2017

Dopo la lettura del mio romanzo, Michela Natale così ha postato sul fb



Milano, 6 gennaio 2017




Ormai so che se un libro mi piace davvero se fa due cose: mi sveglia alle 3 di notte per dedicare un’ora di lettura nella pace della notte e mi provoca una strana sofferenza quando arriva alle ultime pagine, la stessa sensazione di malinconia che si prova quando un viaggio volge al termine. Perché si, un libro è come un viaggio: ti consente di imparare e “vedere” luoghi che non hai mai visto, che magari immagini perché non esistono, vivere in epoche diverse, cogliendone sfumature non sempre descritte nei libri di storia. 
 
Oggi ho terminato questo libro: ”Ginestre e libri proibiti”. E’ un libro
speciale, anche perché due settimane fa ho avuto l’onore di conoscere l’autrice, la professoressa Luciana Gravina. Il periodo storico è il 600, dove l’Inquisizione vigila sui fatti, sulle parole, sui poteri, sui pensieri. Il pensiero e' il protagonista delle vicende ambientate in un luogo a me
caro: il Cilento, in Terra Turracae. L’odore delle ginestre fa da cornice ai
pensieri negati e ai segreti di una Chiesa “corrotta”. Alla base: passione, superstizione, magia, sesso, letture proibite vissute come peccato.
Il dialetto cilentano ha accompagnato la lettura rendendola
vera, viva e a me particolarmente cara.
Un plauso speciale all'autrice Luciana Gravina

Ginestre e libri proibiti, romanzo. Contributo critico di Pina Esposito

Vi posto il testo della relazione che la prof. Pina Esposito ha fatto in occasione della presentazione del mio romanzo Ginestre e libri proibiti, il 24 marzo 2017, presso Mondadori a Nocera Inferiore. 
La presentazione è stata organizzata dalla'Associazione culturale La Sfinge, a cura del prof. Filippo Astarita.


La scrittura narrativa di Luciana Gravina e il suo romanzo.


Proiettati indietro nel tempo, nel diciassettesimo secolo, respiriamo le atmosfere dell'epoca, con un romanzo accattivante, pieno di intrighi e colpi di scena. 
Si tratta di"Ginestre e libri proibiti", romanzo storico di Luciana Gravina. Ambientato a Torraca, piccolo paese del Cilento, da cui si intravede il Golfo di Policastro, in un periodo storico in cui al Sud vige un sistema politico ed economico semifeudale, il romanzo ci offre le sfaccettature di un periodo complesso e controverso. 
Al di là dell'immobilismo apparente del Regno di Napoli, di cui fa parte il feudo di Terra Turracae, si colgono le ventate di un tempo che, trascinandosi dietro il fermento del Rinascimento, segnerà nel bene e nel male la vita dei personaggi che incontriamo nelle pagine dell'opera. 
Vengono ad evidenziarsi vicende che collegano questo punto sperduto del Sud ad altri luoghi del Paese, in primis Roma e lo stato Pontificio e altri,con realtà diverse, ben più dinamiche e libere, come Venezia. Non emergono, invece, le complicate guerre, i relativi trattati  di pace o le brevi e illusorie speranze rivoluzionarie che si determinano, ad esempio a Napoli o a Palermo, in quanto all'autrice preme, soprattutto sottolineare gli aspetti che scaturiscono dalla Controriforma, la quale peserà con cupo terrore, sia sulla vita di tanti individui, sia sull'intera epoca in cui si diffonde. 
Già nel titolo si enuncia e si coglie il riferimento a questo che fu uno dei periodi più oscuri della Chiesa che, come è noto, sotto l'influsso negativo della Controriforma, getterà le basi di un paradigma diverso da quello introdotto con il fervido respiro dell'Umanesimo e del Rinascimento. Un paradigma dove il dogmatismo annienta il libero arbitrio e il libero pensiero, arrivando con l'istituzione del Tribunale dell'Inquisizione, a quell'insopportabile"olocausto" dei libri, messi all'indice e destinati al rogo. Il destino di donne e uomini non fu diverso: arsi vivi in quanto considerati perturbatori dell'ordine della Chiesa. 
Da qui, ritorniamo al titolo "libri proibiti" che è dato al romanzo, anche se con il termine ginestre che lo completa, abbiamo il riferimento ad una pianta esplosiva di profumi e di energie, molto presente in certe zone del Sud, dove esse ingentiliscono paesaggi fatti, a volte, di terre aspre e selvagge. 
Che incidenza avranno i libri proibiti sui personaggi che rappresentano il clero in questo romanzo? In che modo e in quale misura  segneranno lo spirito, il pensiero e, perciò, la vita stessa di costoro? L'autrice, man mano che costruisce il romanzo, senza pedanteria, senza cadere nella trappola di un eruditismo dottrinario e noioso, mette in condizione il lettore di cogliere il travaglio di un prete, Don Biagio e del suo migliore amico, il barone Gian Giacomo Palamolla, destinato a diventare Vescovo di Martirano; un travaglio che li induce ad appassionarsi al pensiero di filosofi, scienziati, eretici e letterati, di cui conoscono le opere e di cui dissertano spesso, mediante un dialogo fitto, edotto, in cui affrontano i temi del libero arbitrio, della fede e della natura di Cristo, uno e trino, sviscerando i loro dubbi e le loro certezze rispetto alle verità rivelate o altre interessanti questioni, come la vicinanza più a Gesù che a Dio. Non mancano, oltre queste disquisizioni, questioni diverse, carnali e passionali, in cui si rappresentano le loro debolezze legate a passioni e ad innamoramenti che si vanno a coagulare intorno a due figure femminili, Ludovica nobile e capricciosa amante di Gian Giacomo, per il quale intraprende un lungo viaggio da Roma al Sud, quando costui diventa Vescovo, incontrando briganti che mettono a repentaglio la sua incolumità; l'altra è Filomena, una popolana schietta e bella che accudisce Don Biagio, servendolo non solo in casa, ma anche a letto, finché non si sposa, dopo aver ottenuto il consenso concessole dal prete. Le due donne, agli antipodi per tanti aspetti, sono speculari ai due uomini di chiesa: Ludovica è cultrice di libri proibiti e ne dispone di eccellenti nel nascondiglio della sua biblioteca, mentre Filomena,c ondizionata dal suo mentore e protettore, da donna di chiesa semplice e senza istruzione, si avvierà verso l'esoterismo, subendone più che il mistero e il fascino, una sorta di divinazione che segnerà la sua vita, venendo additata come "maara", creandosi una cattiva fama che la porta ad essere malvista e irrisa dal resto del paese. La questione dei pregiudizi e delle supposizioni negative che si alimentano nel paese, si collega con quella generale del clima oscurantistico determinato dalla Controriforma; dunque, microcosma e macrocosma che si trovano a mescolare, interagendo in  un' osmosi evidenziata dall'autrice con esiti felici. 
Infatti, il romanzo è accattivante, non solo per i temi trattati, ma per il congegno riuscito che ne fa una "macchina" perfetta. 
Gli episodi si snodano, capitolo per capitolo, incollando il lettore alla pagina che sembra di trovarsi fra quei personaggi, recependone le caratteristiche, gli umori, le paure e i dubbi. La delineazione dei vari personaggi a "tutto tondo", consente di anticiparne le azioni, sicché quando le troviamo esplicate nelle pagine successive, non restiamo per nulla sorpresi. 
L'intreccio degli eventi coincide con la fabula e i titoletti dei capitoli, altra scelta felice, permettono una ricostruzione della trama. 
Le tecniche linguistiche ed espressive utilizzate dalla Gravina rimandano al narratore onnisciente, come nei romanzi storici e della tradizione classica e ottocentesca. L'uso di  periodi con  poche subordinate ci regala una prosa fresca, di agevole scorrevolezza, mediante la quale il lettore viene edotto su tematiche complesse, senza mai sbadigliare e, soprattutto, senza stancarsi. Accenti di prosa poetica, a mio parere, si notano nei momenti descrittivi  dei paesaggi e della natura che interrompono momentaneamente il flusso della storia e della narrazione, facendo irrompere la bellezza, nel suo variare, dei monti, dei fiori, del mare e del cielo. 
Altro elemento importante è la scelta dei dialoghi frequenti, dialoghi che danno il massimo espressivamente, quando la scrittrice ricorre al dialetto, tanto cilentano, quanto laziale. Sono così ben costruiti che sembra sentirli parlare, veramente, fra loro i vari personaggi. Il lessico, in questi casi, è pittorico, preciso e ricostruisce molto bene il contesto antropologico della comunità, così da farci capire alla perfezione, non solo la mentalità, ma come ci si nutre, come si mangia, come  ci si veste, come sono fatte le  abitazioni dell'epoca, sia che si tratta di palazzotti, sia di dimore povere di contadini. Si ha l'impressione di vivere e rivivere certe situazioni proprio perché l'autrice ha fatto le cose con lo scrupolo dello studioso meticoloso e serio. 
Si coglie la fatica della ricerca che poi si trasmette nei fatti narrati, dove ogni dettaglio non è mai fuori posto, dove niente è approssimativo e fallace. 
La Gravina ha scritto un romanzo storico sapendo che la scelta di questo genere letterario richiede impegno e studio, fatica e sudore, ma tutto diventa meno faticoso quando si ha il piacere e la convinzione di ottemperare a desideri e di raggiungere obiettivi audaci e il lettore non fa altro che trarne vantaggi. 
Un libro, quindi, scritto con amore; quell'amore per le proprie radici che si conservano nell'intimo e che si sente l'urgenza di trarre fuori in ogni modo, rievocando la parlata locale che nutre e forgia, rielaborando leggende e riaccendendo le tradizioni che ancora permangono in molti paesini meridionali, anche se non del tutto integre, nella società del nuovo millennio. 
Un romanzo dove le luci e le ombre di un secolo lontano vengono proiettate sul presente, ricordando il male e il bene di un'età che nel dare il peggio di sé, ci offriva le basi della modernità, basi scientifiche, solide che rivoluzionano quei tempi. 
L'autrice, senza ostentarla, ci mostra la sua solida cultura, impregnata della classicità greco-romana; ci offre il suo "olimpo" dove regnano i grandi, dando a chi legge l'opportunità di avere contatti con Aristotele, Sant'Agostino, Galileo, Cartesio, tanto per citarne soltanto alcuni. Ci fa "passeggiare" con gli umili, con i popolani e gli aristocratici, con l'ecclesia. Ci fa vedere la faccia peggiore di una Chiesa malata e corrotta, dura e inflessibile e ci fa intravedere il suo risanamento, seppure mediante una profezia enunciata nel libro, che fortunatamente, si è realizzata. Un auspicio che diventa realtà. 
Un libro solido, che in chiusura, porta il lettore ad un colpo di scena finale che rafforza l'impianto dell'intera struttura, in maniera tale che ogni puzzle si incastona per completare un brillante"mosaico".