mercoledì 26 aprile 2017

Dopo la lettura del mio romanzo, Michela Natale così ha postato sul fb



Milano, 6 gennaio 2017




Ormai so che se un libro mi piace davvero se fa due cose: mi sveglia alle 3 di notte per dedicare un’ora di lettura nella pace della notte e mi provoca una strana sofferenza quando arriva alle ultime pagine, la stessa sensazione di malinconia che si prova quando un viaggio volge al termine. Perché si, un libro è come un viaggio: ti consente di imparare e “vedere” luoghi che non hai mai visto, che magari immagini perché non esistono, vivere in epoche diverse, cogliendone sfumature non sempre descritte nei libri di storia. 
 
Oggi ho terminato questo libro: ”Ginestre e libri proibiti”. E’ un libro
speciale, anche perché due settimane fa ho avuto l’onore di conoscere l’autrice, la professoressa Luciana Gravina. Il periodo storico è il 600, dove l’Inquisizione vigila sui fatti, sulle parole, sui poteri, sui pensieri. Il pensiero e' il protagonista delle vicende ambientate in un luogo a me
caro: il Cilento, in Terra Turracae. L’odore delle ginestre fa da cornice ai
pensieri negati e ai segreti di una Chiesa “corrotta”. Alla base: passione, superstizione, magia, sesso, letture proibite vissute come peccato.
Il dialetto cilentano ha accompagnato la lettura rendendola
vera, viva e a me particolarmente cara.
Un plauso speciale all'autrice Luciana Gravina

Ginestre e libri proibiti, romanzo. Contributo critico di Pina Esposito

Vi posto il testo della relazione che la prof. Pina Esposito ha fatto in occasione della presentazione del mio romanzo Ginestre e libri proibiti, il 24 marzo 2017, presso Mondadori a Nocera Inferiore. 
La presentazione è stata organizzata dalla'Associazione culturale La Sfinge, a cura del prof. Filippo Astarita.


La scrittura narrativa di Luciana Gravina e il suo romanzo.


Proiettati indietro nel tempo, nel diciassettesimo secolo, respiriamo le atmosfere dell'epoca, con un romanzo accattivante, pieno di intrighi e colpi di scena. 
Si tratta di"Ginestre e libri proibiti", romanzo storico di Luciana Gravina. Ambientato a Torraca, piccolo paese del Cilento, da cui si intravede il Golfo di Policastro, in un periodo storico in cui al Sud vige un sistema politico ed economico semifeudale, il romanzo ci offre le sfaccettature di un periodo complesso e controverso. 
Al di là dell'immobilismo apparente del Regno di Napoli, di cui fa parte il feudo di Terra Turracae, si colgono le ventate di un tempo che, trascinandosi dietro il fermento del Rinascimento, segnerà nel bene e nel male la vita dei personaggi che incontriamo nelle pagine dell'opera. 
Vengono ad evidenziarsi vicende che collegano questo punto sperduto del Sud ad altri luoghi del Paese, in primis Roma e lo stato Pontificio e altri,con realtà diverse, ben più dinamiche e libere, come Venezia. Non emergono, invece, le complicate guerre, i relativi trattati  di pace o le brevi e illusorie speranze rivoluzionarie che si determinano, ad esempio a Napoli o a Palermo, in quanto all'autrice preme, soprattutto sottolineare gli aspetti che scaturiscono dalla Controriforma, la quale peserà con cupo terrore, sia sulla vita di tanti individui, sia sull'intera epoca in cui si diffonde. 
Già nel titolo si enuncia e si coglie il riferimento a questo che fu uno dei periodi più oscuri della Chiesa che, come è noto, sotto l'influsso negativo della Controriforma, getterà le basi di un paradigma diverso da quello introdotto con il fervido respiro dell'Umanesimo e del Rinascimento. Un paradigma dove il dogmatismo annienta il libero arbitrio e il libero pensiero, arrivando con l'istituzione del Tribunale dell'Inquisizione, a quell'insopportabile"olocausto" dei libri, messi all'indice e destinati al rogo. Il destino di donne e uomini non fu diverso: arsi vivi in quanto considerati perturbatori dell'ordine della Chiesa. 
Da qui, ritorniamo al titolo "libri proibiti" che è dato al romanzo, anche se con il termine ginestre che lo completa, abbiamo il riferimento ad una pianta esplosiva di profumi e di energie, molto presente in certe zone del Sud, dove esse ingentiliscono paesaggi fatti, a volte, di terre aspre e selvagge. 
Che incidenza avranno i libri proibiti sui personaggi che rappresentano il clero in questo romanzo? In che modo e in quale misura  segneranno lo spirito, il pensiero e, perciò, la vita stessa di costoro? L'autrice, man mano che costruisce il romanzo, senza pedanteria, senza cadere nella trappola di un eruditismo dottrinario e noioso, mette in condizione il lettore di cogliere il travaglio di un prete, Don Biagio e del suo migliore amico, il barone Gian Giacomo Palamolla, destinato a diventare Vescovo di Martirano; un travaglio che li induce ad appassionarsi al pensiero di filosofi, scienziati, eretici e letterati, di cui conoscono le opere e di cui dissertano spesso, mediante un dialogo fitto, edotto, in cui affrontano i temi del libero arbitrio, della fede e della natura di Cristo, uno e trino, sviscerando i loro dubbi e le loro certezze rispetto alle verità rivelate o altre interessanti questioni, come la vicinanza più a Gesù che a Dio. Non mancano, oltre queste disquisizioni, questioni diverse, carnali e passionali, in cui si rappresentano le loro debolezze legate a passioni e ad innamoramenti che si vanno a coagulare intorno a due figure femminili, Ludovica nobile e capricciosa amante di Gian Giacomo, per il quale intraprende un lungo viaggio da Roma al Sud, quando costui diventa Vescovo, incontrando briganti che mettono a repentaglio la sua incolumità; l'altra è Filomena, una popolana schietta e bella che accudisce Don Biagio, servendolo non solo in casa, ma anche a letto, finché non si sposa, dopo aver ottenuto il consenso concessole dal prete. Le due donne, agli antipodi per tanti aspetti, sono speculari ai due uomini di chiesa: Ludovica è cultrice di libri proibiti e ne dispone di eccellenti nel nascondiglio della sua biblioteca, mentre Filomena,c ondizionata dal suo mentore e protettore, da donna di chiesa semplice e senza istruzione, si avvierà verso l'esoterismo, subendone più che il mistero e il fascino, una sorta di divinazione che segnerà la sua vita, venendo additata come "maara", creandosi una cattiva fama che la porta ad essere malvista e irrisa dal resto del paese. La questione dei pregiudizi e delle supposizioni negative che si alimentano nel paese, si collega con quella generale del clima oscurantistico determinato dalla Controriforma; dunque, microcosma e macrocosma che si trovano a mescolare, interagendo in  un' osmosi evidenziata dall'autrice con esiti felici. 
Infatti, il romanzo è accattivante, non solo per i temi trattati, ma per il congegno riuscito che ne fa una "macchina" perfetta. 
Gli episodi si snodano, capitolo per capitolo, incollando il lettore alla pagina che sembra di trovarsi fra quei personaggi, recependone le caratteristiche, gli umori, le paure e i dubbi. La delineazione dei vari personaggi a "tutto tondo", consente di anticiparne le azioni, sicché quando le troviamo esplicate nelle pagine successive, non restiamo per nulla sorpresi. 
L'intreccio degli eventi coincide con la fabula e i titoletti dei capitoli, altra scelta felice, permettono una ricostruzione della trama. 
Le tecniche linguistiche ed espressive utilizzate dalla Gravina rimandano al narratore onnisciente, come nei romanzi storici e della tradizione classica e ottocentesca. L'uso di  periodi con  poche subordinate ci regala una prosa fresca, di agevole scorrevolezza, mediante la quale il lettore viene edotto su tematiche complesse, senza mai sbadigliare e, soprattutto, senza stancarsi. Accenti di prosa poetica, a mio parere, si notano nei momenti descrittivi  dei paesaggi e della natura che interrompono momentaneamente il flusso della storia e della narrazione, facendo irrompere la bellezza, nel suo variare, dei monti, dei fiori, del mare e del cielo. 
Altro elemento importante è la scelta dei dialoghi frequenti, dialoghi che danno il massimo espressivamente, quando la scrittrice ricorre al dialetto, tanto cilentano, quanto laziale. Sono così ben costruiti che sembra sentirli parlare, veramente, fra loro i vari personaggi. Il lessico, in questi casi, è pittorico, preciso e ricostruisce molto bene il contesto antropologico della comunità, così da farci capire alla perfezione, non solo la mentalità, ma come ci si nutre, come si mangia, come  ci si veste, come sono fatte le  abitazioni dell'epoca, sia che si tratta di palazzotti, sia di dimore povere di contadini. Si ha l'impressione di vivere e rivivere certe situazioni proprio perché l'autrice ha fatto le cose con lo scrupolo dello studioso meticoloso e serio. 
Si coglie la fatica della ricerca che poi si trasmette nei fatti narrati, dove ogni dettaglio non è mai fuori posto, dove niente è approssimativo e fallace. 
La Gravina ha scritto un romanzo storico sapendo che la scelta di questo genere letterario richiede impegno e studio, fatica e sudore, ma tutto diventa meno faticoso quando si ha il piacere e la convinzione di ottemperare a desideri e di raggiungere obiettivi audaci e il lettore non fa altro che trarne vantaggi. 
Un libro, quindi, scritto con amore; quell'amore per le proprie radici che si conservano nell'intimo e che si sente l'urgenza di trarre fuori in ogni modo, rievocando la parlata locale che nutre e forgia, rielaborando leggende e riaccendendo le tradizioni che ancora permangono in molti paesini meridionali, anche se non del tutto integre, nella società del nuovo millennio. 
Un romanzo dove le luci e le ombre di un secolo lontano vengono proiettate sul presente, ricordando il male e il bene di un'età che nel dare il peggio di sé, ci offriva le basi della modernità, basi scientifiche, solide che rivoluzionano quei tempi. 
L'autrice, senza ostentarla, ci mostra la sua solida cultura, impregnata della classicità greco-romana; ci offre il suo "olimpo" dove regnano i grandi, dando a chi legge l'opportunità di avere contatti con Aristotele, Sant'Agostino, Galileo, Cartesio, tanto per citarne soltanto alcuni. Ci fa "passeggiare" con gli umili, con i popolani e gli aristocratici, con l'ecclesia. Ci fa vedere la faccia peggiore di una Chiesa malata e corrotta, dura e inflessibile e ci fa intravedere il suo risanamento, seppure mediante una profezia enunciata nel libro, che fortunatamente, si è realizzata. Un auspicio che diventa realtà. 
Un libro solido, che in chiusura, porta il lettore ad un colpo di scena finale che rafforza l'impianto dell'intera struttura, in maniera tale che ogni puzzle si incastona per completare un brillante"mosaico".

Occupiamoci del romanzo. Relazione di Tiziana Colusso


Presentato a Cerveteri il 23 aprile alla Sala Ruspoli nell'ambito del Progetto Le parole del dialogo, organizzato da Carmen Petrocelli per la Giornata Mondiale del Libro. 
Relatrice Tiziana Colusso, scrittrice, la quale ha toccato punti importanti e fondamentali per la comprensione del romanzo.

Ecco i suoi appunti sulla relazione

Luciana Gravina “Ginestre e libri proibiti”, Onereededizioni, Milano, 2016


La vicenda in parte vera e in parte verosimile narrata di Luciana Gravina è ambientata nel Cilento, una terra aspra al confine tra Campania e Lucania, dove le vicende umane sono incorniciate  ma anche tenute a bada da una natura più che presente.
La natura – con i suoi  ritmi irriducibili e irresistibili – è rappresentata dai fiori profumatissimi ed eclatanti della Ginestra, fiore tra l’altro di forte ascendenza leopardiana. Come nel poemetto Leopardiano, la natura (simboleggiata dalla testarda resistente ginestra) resiste al tempo e alle catastrofi, e al crollo delle civiltà.
Così, dell'uomo ignara e dell'etadi/ Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno /Dopo gli avi i nepoti, /Sta natura ognor verde, anzi procede /Per sì lungo cammino, /Che sembra star. Caggiono i regni intanto, /Passan genti e linguaggi: ella nol vede: / E l'uom d'eternità s'arroga il vanto. (G.L)
Questa tonalità leopardiana, insieme dolente e “panica” , nel senso di sentimento panico della natura, un’empatia profonda e quasi una fusione che va al di là delle metafore per diventare quasi uno slittamento intuitivo tra il sentire umano e vegetale.
Del resto le recenti scoperte della “neurobioogia vegetale” sembrano confermare la presenza di un’intelligenza vegetale, certo non intelligenza nel senso umano del termine, ma nel profondo senso di empatia collettiva e risposta ai ritmi della vita e dei fenomeni cosmici.
All’interno di questo quadro naturale, le vicende degli uomini si dipanano in una narrazione densa e tesa, ambientata nel Seicento, secolo fecondo di idee ma anche caratterizzato da una forte repressione, soprattutto da parte del’Inquisizione, strumento di una Chiesa che mal tollerava i pensatori liberi e nuovi che iniziavano a mettere le basi del pensiero moderno: a partire da Galileo Galilei, vissuto a cavallo tra 500 e 600, uno dei padri fondatori della scienza e della filosofia moderne. Il libro narra anche dei libri dei mistici e degli eretici, e dei movimenti religiosi considerati eversivi, come quelli del Cristianesimo pauperista o del movimento essenico.
Ma il libro di Luciana Gravina non è un trattato, e riesce a far piacevolmente filtrare tutto questo tormentato sommovimento spirituale e  culturale attraverso una narrazione piacevole e piena di colpi di scena, incentrata sul percorso diremmo oggi “di consapevolezza” di un prelato intellettuale di campagna, don Biagio Gravina, personaggio fittizio che l’autrice immagina essere un suo lontano avo.
Attorno a Don Biagio, gravitano come pianeti di un complicato universo, sia personaggi storici che personaggi inventati: sono personaggi storici (come la stessa autrice sottolinea in una nota finale) i vari alti cardinali e funzionari della Chiesa conservatrice e repressiva dell’epoca, così come sull’altro versante la Regina Cristina di Svezia, sovrana illuminata e protettrice di pensatori al limite dell’eresia e dei loro “libri proibiti” e messi all’Indice dall’Inquisizione. Gli altri sono personaggi inventati da verosimili e convincenti, come la “peccatrice”  Filomena, una Maddalena di paese.
La sfida di un romanzo insieme storico, filosofico e in qualche modo etnografico (il ritratto di tutto un habitat tra i paesi del Cilento.

lunedì 30 gennaio 2017

La poesia di Luciana Gravina di Gennaro Mercogliano

Ho trovato tra le mie carte un dattiloscritto di Gennaro Mercogliano sulla mia poesia. Una critica attenta e appassionata, che per me è importante perché mi costringe a ripensare alla mia poesia prima maniera che avevo tenuto un po' in disparte, quasi nascosta, sembrandomi troppo lontana dalla mia maniera attuale. E invece non è così: le riflessioni colte, consapevoli e acute di un intellettuale prestigioso come il Mercogliano  rimettono in discussione lo sperimentalismo linguistico presente anche nei mie testi precedenti.
Devo riflettere, dunque.

Ecco l'intervento critico d

La poesia di Luciana Gravina a cura de Gennaro Mercogliano


Tale tipo d'approccio, diciamo tematico contenutistico ai versi della Gravina è il meno indicato a comprendere non il significato dei versi che comunque contengono sempre un messaggio che va sceverato e chiarito, bensì il travaglio del fare poetico, cioè la forma, la particolare forma che discorso assume nella individuale ricerca, nella quale risiede (Jakobson, Todorov, Chomsky insegnano) la poesia stessa come fatto compiuto, cioè scritto e destinato così alla comunicazione.

In effetti, il discorso sulla parola poetica di Luciana Gravina si fa sempre più convincente e persuaso, direi anche più serrato, a mano a mano che si procede dalla prima raccolta alla seconda, La polena(1984), laddove quel primitivo procedere “a folle”, parole in libertà tutto sommato, ma nell'uso controllatissimo di stilemi più o meno fecondi e originali, da una posizione di impegno gradualmente crescente già nella prima silloge, si rivela essere problematico quesito sulle possibilità che ha la parola di raccontare per intera una storia, personale sempre, ma che, orbitando con più evidenza nelle regioni del mito e delle metafore, ha speranza di approdare ad un più franco territorio di interesse universale, ad una speranza di poesia che, pur parlando un linguaggio individuale E personale(la poetessa non vi rinuncia affatto), riesca a coinvolgere anche un po' di destino collettivo, sull'onda di non smentite sollecitazioni psicanalistiche e suggestioni cabalistiche.
Un'ipotesi di vittoria della parola Sulla vita, dunque, la polena, alter ego del poeta dibattuto tra le mille difficoltà della racconto esistenziale e della mente memore d’un canto antico che sa di illusioni, d favole, di mito. E quel fascinoso simulacro ligneo, posto Sulla prua di mitici viaggi senza ritorno, dove si gioca intera l'avventura della vita umana sublimata ai livelli della divinità eroica, diviene emblema del meraviglioso viaggio del poeta nella parola, il simbolo arcano di una cecità che vuol farsi omerica profezia, dell'afasia che vuole ancora illudersi di un canto nel muto colloquio che la donna-sirena-simulacro ingaggia con l'infinita distesa del mare, metafora del tutto e del nulla, della speranza e della perdizione: ”Gli occhi della Polena- dice Raffaele Nigro in una essenziale prefazione-occhi di legno, sono gettati sulle onde, cercano nel fondo E nel cerchio dell'orizzonte, Secondo il compito che è stato loro imposto di leggere per primi le mete, le distanze, scrutare i fondali sabbiosi pericoli delle scogliere. La polena qui mi pare simbolo dell'avventura umana. 
“Un viatico veleno”-precisa la poetessa ad apertura di libro-perché ne conosce fin d'ora la difficoltà complessiva, tutta intensità nell'espressione nella pronuncia, ma ancora e sempre presente in ordine alle difficoltà delle mete, al loro essere indistinto, al grosso rischio che si corre, reso ancora in termini che ricordano Dante, Il cui messaggio riverbera aggiornato dalla lezione novecentesca E ancora montaliana nell'intenso sapore di paesaggio che si respira all'esordio periclitante:
Ormai quali stagioni può scandire
L'arbusto di villa sullo strapiombo
Tesse inabili attese sul confine
Dove l'orto divaga
Sul chiaro del mattino.
Occhieggia anche la pergola del glicine
Battendo il compromesso alla memoria
Dròsera dionea dedalo incauto
Convolvolo di tempo sul coriambo
Fuorimoda si ostina l'orologio
Non dargli diretta chiuditi nel bozzolo
Non t’inganni il viatico veleno.
Liberatasi dell'armamentario ritmico trofico già nella prima raccolta, ora la poetessa realizza un ductus continuo senza segni di interpunzione nè scansioni metriche. Esita qualche punto e, più avanti occhieggia l'interiezione, l'uno e l'altra intesi(leggi: sentiti) come positure tra lasse, che infrangono come pause sintattiche il discorso che procede a ondate successive. Sarà uno vero è proprio remigare sulle onde di quel mare infinito che ho bisogno di qualche respiro per garantirsi in qualche modo la continuità della rotta e l'incerta interezza del percorso, per il tratto ipotizzato come possibile, cui questa particolare uso, audace, dell'enjembment convenientemente si attaglia. E se il poeta perciò serve un suo dettato istintivo, nondimeno saprà essere immemore delle sue acquisizioni coscienti, cultura e uso del verso inclusi. Difatti, A voler leggere con un po' d'attenzione, risalta non solo la accennata adesione al grande tòpos del viaggio e la disponibilità a trattare in tale e tanto spazio letterario, ma anche la tendenza duplice a fare e disfare la poesia, in adesione, cioè, e in polemica col criterio metrico assodato e sublime di fare versi: l’endecasillabo.
La Gravina offre, infatti, già in questa prima lirica della Polena, rotondi endecasillabi di qualificata classicità (10 versi su 12 sono endecasillabi, e gli altri due settenari, l'accoppiata suggestiva della canzone e non sarà un caso), e, contestualmente, ne smembra internamente la valenza sintattica, se il primo verso si completa, mediante enjambment con la metà del secondo, e il rimanente emistichio, allo stesso modo, va a colmare la prima parte del terzo verso, di cui la seconda è grammaticalmente preliminare al quarto verso settenario, definitivamente integrato come concetto nel quinto verso isometrico, antecedente la pausa ritmica che-come si è detto-è pausa interiore. 
Segno, questo, che la poetessa è tutta nel gioco del rinnovamento, accetta e rifiuta la tradizione e n organizza una sua personalissima categoria ludica, ma di quel gioco che dice l'impegno a farsi voce nuova nella gran messe della produzione poetica degli anni 80, nel bel mezzo della restaurazione poematica e del ritorno post-moderno alla classicità, ma anche nel crogiuolo d’una sperimentazione ormai perdente e nondimeno attiva coi suoi epigoni e coi suoi maestri di sempre, Sanguineti in primis e l'avanguardia novella del sedicente “Gruppo 93”, che ne richiama un altro, certo più vero e fecondo.
La Gravina occupa una mediana posizione di virtù, restaura e rinnova con oculato giudizio e circospezione e soprattutto ci sa fare, lavora sul verso, lo scompone, lo porta a finitezza dopo grande lavorio, perché sa il poeta è soprattutto un carducciano “artiere” dalla vita difficile, meglio ancora un dimesso artigiano cui difficilmente si concede spazio nella torre limbica dei poeti acclamati,il più delle volte spinti e sostenuti da grossi apparati editoriali e dall'industria del Nord. Lo stesso sentimento che anima questa seconda raccolta non esce dal contesto di melodiosa malinconia che aveva caratterizzato la prima, anzi, tale sentimento si fa ancora più delicato e dolente nell'impatto con quella metafora del silenzio che la Polena, dominatrice inerte e impassibile delle grandi distanze, rovello di sogni passati, incerto emblema del fluire della vita verso le sue rive estreme, agli orizzonti del nulla dove la vita non sorride o non sorride mai più.
La poetessa aderisce in toto, non tanto al cliché letterario, Quanto al portato concettuale e analitico di quella figura del mito che vorrebbe compiersi in una storia, in una grande storia dell'anima che approdi alla felicità o alla riva cimmeria, non importa, realizza con la Polena un luogo della mente e una condizione della psiche consapevolmente sofferta e vissuta in assenza di vita, come le rose non colte di Gozzano o di Rodenbach, e anche con qualche cruenta traccia di languore più che crepuscolare e di risentita motivazione e amputazione di forza di vivere:

Così se la polena sulla chiglia
nutre le impraticabili effemeridi
mia voce veleggiano senza voce
imperturbabile sugli aghi del crepacuore
ti salva la memoria di ogni grido
da perdere hai acerba ed innocente
l’ostinazione che dietro gli smalti
nutrica la polena senza braccia
sul gioco congelato il volo obliquo
sull'odore di sangue cerchio magico
sui tizzoni crisalidi crollate.

Tentativo notevole, questo, di sperimentazione fatto sul corpo stesso la classicità, laddove qualcosa si crea e qualcosa si distrugge, come per un aggiornato aforisma del Lavoisier. La fucina del poeta è incandescente, affina e tesaurizza il suo gruzzolo, esibisce e nasconde il cuore suo, gioca con i versi ma fa sul serio, tenta con essi una sublimazione gratificante, ma rimane conficcata nel male del vivere, procede “col passo lento di chi non ha meta”, saluta il tracollo dei sogni e delle speranze in un eccesso memore di vita vissuta nel mondo delle favole belle e nel trionfo dei riti pagani: 

addio primavere di anemoni
come un vecchio priapo stravaccato
Il mio coraggio ubriaco.

Come si vede, un addio al sublime, abbastanza moderno nella ricerca di quegli anni, sicuramente ad un sublime in cui la vita non è eroicamente esaltata e proclamata vittoriosa in un Olimpo sereno, ma stremata e trascesa da eventi di rabbioso desiderio di compiutezza, in” randagia confidenza con la morte”.
La Polena, funambolico viaggio nella vita nelle ombre con la parola accanto, realizza anche diversi esempi di agglutinazione verbale (vegelegno, fiatopianto, Euridiceorfeo), con discreta fortuna e con audacia innovativa notevole, se si considera il punto di partenza, adotta neologismi ed esotismi però memore dell'antico fastigio della parola, infrange consolidate unità stilistiche, sperimenta la possibilità che una ricerca intraverbale, a fronte di chances espressive che vengono meno per l'usura della parola poetica codificata.
Così di volta in volta identificandosi ancora in figure del mito, della letteratura, e qualche volta anche della storia (limitazione, questa, dovuta al prevalere della impellenza esistenziale e simbolica), Euridice Orfeo Elettra Ofelia, il poeta prosegue il suo viaggio tra un brivido cosmico, una promessa ho una delusione della parola, rischiando più volte di perdersi lungo il tragitto disseminato di black out e di errori istintivamente corretti, come Palinuro che per sempre mancò all'approdo grande di Enea: 

Palinuro alghe verdi sul corpo di marinaio
inconsunta memoria Morfeo ancora abbàcina
smunte diaspore innervano formule e sussidiari
-ghiaccio di foce e caldo di sorgente-
la storia e questo equivoco di infanzia e adolescenza
recisa ci appartiene sfilacciata di nebbia
revival registrato feedback.

Dell'intera raccolta, questa è la lirica più sperimentale e nuova, impiantata su un verso ipermetro e sul quasi grado zero della scrittura, sull'impiego parodico e parco di ritmi consolidati, e soprattutto su un impianto lessicale polivalente e schizoide chiamato a sussumere l'incompiuto inespresso in originale bifrontismo: con una faccia rivolta alla luce che fu (alla memoria, al sonno, alla foce, alla sorgente, alla storia) e con l'altra rabbuiata dall'angoscia della carente prospettiva della parola pronunciata ad ogni costo e in tutte le forme con quei rischi che la vita stessa non corre.
Né è uno scivolare nell'estetismo e nella preziosità accademica, perché-come si è detto-dentro “ci è l'uomo, non l'uomo storico di Francesco De Santis, l'intellettuale che va sulle barricate, ma la donna compresa di ogni denuncia, vogliosa di vivere anche una rigogliosa stagione dell'intelletto e un ultimo paradosso epocale della poesia.
Per il resto, Luciana Gravina racconta ancora se stessa, il suo essere apolide e nomade incompiuto, Il suo bipolarismo abbrividente tra città e provincia, Il suo bipolarismo anche formale come sin dagli esordi vede Donato Valli, che parla di una poesia organizzata su due campi semantici: “il primo afferente alla sfera della natura e della realtà, il secondo a quello dei segni e dei simboli”.
E se prevalente dev’essere, come si notava, indagine stilistica, nel caso della Gravina, certo non ci lasceremo sfuggire la suggestione devo una ulteriore nota tematica nella Polena, Tutta implicita programmato intermezzo e poi dispiegate dentro le cose, tra la Lucania e Roma, tra l'incanto e il disincanto contestuale della terra dolente E dello spirito terragno, con” Pisticci/ trespolo di lucciole/ sulla notte accosciata al bianco degli ulivi”, e Roma, “paese d’ombre", cerchio chiuso ed immenso di “afa e di fiato”, senza spazio e senza tempo, luogo di conflitti tra le cose (l'asfalto, Il metrò e poi la luna, gli olivastri, gli eucalipti), Roma: luogo mentale dove il viaggio sosta e prosegue, essendo tutto viaggio interiore, percorso dell'anima tradita da ogni vicissitudine:

Mi porto a casa incartocciata
la tua dolcissima ipocrita pietà
e a tradimento sulla pelle
questa voglia di fiato e di mani.

È infatti su una triplice valenza lessicale e semantica che si gioca intera la partita e il viaggio ha modo di concludersi e ricominciare mille volte o d’interrompersi, com’è nell'Intermezzo suddetto, laddove la parola “cuore”, visceralmente rediviva, e la parola “mani”, presente con la stessa viscerale valenza, scandiscono il gioco della parola poetica e la tappa intermedia di questo viaggio che insegue veramente un fantasma: la fisicità della parola, onde poterla palpare, possedere, storcerla ai fini voluti, al fine di condurre la propria vita a un orizzonte fisico concreto, senza il quale c'è lacerazione e utopia, Il doloroso tormento del non luogo a vivere.
Una scrittura sperimentale, qual è quella di Luciana Gravina, Convinta corifea di questa premessa di metodo, è, come sostiene Barilli, sempre una scrittura materialistica, o-come precisano i movimenti d'avanguardia-una scrittura di massa.
Luciana Gravina rivendica il dato individuale al fare del poeta, Ma di quelle premesse accetta il dato concreto sensoriale della manomissione E della manipolazione linguistica, Della messa in crisi della letteratura fino a un certo punto.
Con tale cauto equilibrio ella ancora si avventura nella sua più

recente ricerca, affidata ancora al piano delle ipotesi (E se... 1968), giocate sempre più sulla parola, quasi per progressivo spegnimento di vitali spasimi, e alle prove sue nuovissime, apparse in Artista Arti segrete, Dove non si spegne un suo inesausto innamoramento, l’ eco della sua passata adesione alle altezze vertiginose della poesia, ad un suo Leopardi era una sua luna “SILENZIOSA SOLINGA IMMORTALE”. Come la poesia stessa.