Salve,
ritorno su queste pagine con la relazione che ho tenuto per la presentazione di un libro veramente speciale. Si tratta di "Parallele Bipedi" di Silvana Baroni. Aforismi e disegni. La presentazione si è svolta presso Empiria, il giorno 13 giugno di quest'anno, nel pomeriggio. Altra relatrice: Tiziana Colusso.
Ecco:
ritorno su queste pagine con la relazione che ho tenuto per la presentazione di un libro veramente speciale. Si tratta di "Parallele Bipedi" di Silvana Baroni. Aforismi e disegni. La presentazione si è svolta presso Empiria, il giorno 13 giugno di quest'anno, nel pomeriggio. Altra relatrice: Tiziana Colusso.
Ecco:
Recensire questa opera di Silvana Baroni è stata per me
un’avventura decisamente intrigante, sia per il genere letterario, l’aforisma,
sia per l’opera in sé, sia, e forse soprattutto, per l’autrice, complessa,
prestigiosa, poliedrica, qual è
appunto Silvana Baroni.
Che è mia amica, di un’amicizia intelligente, sobria,
costruita su una rara e preziosa filigrana intellettuale. E io ne sono
orgogliosa.
Spesso il libro io lo sfoglio dal fondo, dall’ultima pagina
risalendo all’introduzione, quando c’è e non lo so perché lo faccio e non so
nemmeno se è un bene o un male. Così è.
Per Parallele Bipedi mi sono intrattenuta già sulla quarta
di copertina: “Scrivere aforismi è un’arte funambolica. E’ pensare senza rete
di protezione” così dichiara Silvana come in un testamento in funzione di
dichiarazione di poetica.
L’autrice in questa pagina è al punto in cui saluta
divertita il suo lettore e, come si avvisa il navigante sul viaggio che però ha
già fatto, gli raccoglie le idee sulla sfida che ha attraversato (l’audacia del
funambolismo), sperando che se ne sia accorto, perché lei ha azzardato e
rischiato senza rete di protezione.
E, leggendo a ritroso, agevolata nel modo dall’inesistenza
di una trama, fino alla premessa dove agisce l’occorrenza di altre note di
dichiarazione poetica.
Innanzitutto la riflessione sul diverso uso delle tecniche
espressive (la grafica e la parola) che per proprietà statutarie non omologhe
suggeriscono l’approccio: più immediato e spontaneo, il segno grafico; più
studiato e pensato il codice verbale.
“L’aforisma, cito dalla Premessa, necessita di ponderazione,
di attenzione quasi ossessiva ai termini, al ritmo, alla concisione, al
misurato uso di metafore, ossimori, antitesi, metonimie, paradossi, perché sia
di stile proprio la tessitura, omogenea, e possibilmente spiazzante.”
E poi l’ex ergo, da Montaigne: “Che buon guanciale è il
dubbio / per una testa ben costrutta”. Ovviamente non si tratta del dubbio
scettico, bensì di quello sistemico che certifica l’essere pensante. Vogliamo
per caso sostenere che il buon Cartesio non avesse ragione:? “Dubito ergo sum”,
perché, se dubito, vuol dire che penso e, se penso, sono. “Cogito ergo sum.”
E’ evidente che Descartes aveva una testa ben costrutta.
E ho il sospetto che anche quella di Silvana Baroni lo sia,
ben costrutta, appunto. Date già le premesse.
E poi dentro al testo, anzi al contesto. Un occhio alle parole che fluiscono nella loro
misurata eleganza, attraversano ossimori e metafore, costruiscono antitesi e
paradossi, stringono e incastrano
il lettore sullo stretto binario dello spiazzamento sistematico.
L’altro occhio alle siluette, sguscianti, irridenti, a
colloquio tra loro.
Incuranti della curiosità dell’osservatore esse vivono nella
narrazione stabilita dalla pagina in un tempo permanente e irreversibile.
Il fioretto non lo vedi ma ti resta dentro, lo avverti alla
fine dell’aforisma. Con invisibili colpi, ma veri, anche se assestati con
garbo, l’autrice analizza (non a caso è una psichiatra) l’io e il suo rapporto
col sé e con l’altro da sé.
Ne consegue un caleidoscopio di asserzioni, consigli,
convinzioni rivolti a un lettore considerato molto presente e comunque
interagente, filati e tessuti da una permanente ironia.
Viene subito in mente Goethe:”L’ironia è la passione che si
libera nel distacco” e quindi “passione”, nel senso che non passa semplicemente
attraverso il mentale ma investe ben altro della persona.
L’ironia di Silvana Baroni è dissacrante nella misura in cui
non offende e non ferisce, perché lei non si colloca al di fuori del sociale
anzi vi è dentro con tutto il rispetto che si deve alle regole.
Mi sembra che qui lei indichi e si muova contro il maggior
pericolo per l’io, che è prima del sociale. Questo pericolo non è il
conformismo ipocrita che è, sì, pericoloso per l’io in quanto entità aprioristica
del sé, ma non lo è quanto lo possono essere il banale, e la noia, che dal
banale deriva.
E l’io non avverte la presenza di questa insidia se non è in
condizione di ricerca permanente del cosiddetto ubi consistam.
L’artista in genere lo è, ma parlo dell’artista consapevole,
di colui che sa quello che fa.
Mi viene in mente il Don Giovanni di Mozart-Da Ponte che è
percepito da noi posteri come il mito della modernità.
Non a caso questa figura viene elaborata alla vigilia della Rivoluzione
Francese, quando la produzione di senso del momento elabora “la premessa
fondamentale della cittadinanza, che è proprio l’individualità, finalmente
conquistata sul piano storico, oltre che sul piano concettuale. E’ per questa
via che si arriva alla costruzione del moderno: uno dei primi elementi della
modernità è, infatti, l’idea assolutamente nuova dell’individuo. ” (Cito da
Rino Malinconico, Brindisi a Dongiovanni, Ed. Melagrana, 2010)
Noi qui presenti, rispetto a Don Giovanni, siamo avanti di
due secoli: abbiamo alle spalle l’Ottocento che ha massacrato l’individuo con
la definizione e la codificazione dei ruoli, e il Novecento che per metà ha
continuato quella mission e per l’altra metà ha ribaltato, distrutto, riveduto,
spiazzato, identificando ed elaborando nuovi contesti modern e post-modern.
Sembrerebbe tuttavia che finora non siano state date risposte
agli interrogativi sull’io, sul rapporto individuo, ragione, società.
Il conflitto che ci consegna Mozart col suo Don Giovanni, ritenuto
il primo personaggio della Modernità, sembra essere permanente, pur passando
attraverso soluzioni e definizioni.
Tuttavia bisogna provarci, a pensarlo questo problema a
tentare un esito, pur consapevoli che
siamo ben lontani dal dare soluzioni. E non è detto che per questo dobbiamo
considerarci perdenti, non è detto cioè che siamo destinati a sprofondare nelle
fiamme dell’abisso come il di cui sopra. Non è detto che, una volta afferrato
l’attimo dobbiamo accanirci a tenerlo fermo. E che attimo sarebbe?
Forse il senso della vita alloggia nella consapevolezza del
gioco e nella capacità di stare al gioco.
Questa autrice, che è consapevolmente collocata nella sua
storia e nella Storia, agisce appunto il gioco col distacco dell’ironia che non
è mentale, non è a freddo. Si badi bene che Goethe la definisce passione.
Io direi: è’ fuori dal dramma.
O anche: è il dramma visto da lontano.
Il distacco, dunque, è la prima megametafora di questa opera
che è poi un modo, visto che Silvana Baroni ha scritto anche altri libri di
aforismi, ma non mi sentirei di indicarla come il sovrasenso che sta al di
sopra degli altri e tutti li comprende.
Ci sono, dentro questi testi, piccoli e terribili, le
implicazioni del vivere quotidiano puntualmente “spiazzato” secondo l’ottica di
un io (lo scrivo minuscolo perché non venga travolto dalla psicanalisi) che non
è reazionario, né rivoluzionario, che non porta i cartelloni nei cortei, non fa
i comizi, non predica né sui pulpiti, né in televisione.
Semplicemente è divergente, è il Trikster, come lei stessa
ci suggerisce, “l’archetipo distruttore di regole e di convenzioni, l’acerrimo
nemico del logos patriarcale”, cito ancora dalla Premessa.
E’ l’antieroe irridente che si pone in antitesi e,
hegelianamente, ci garantisce il divenire.
E come presupposto filosofico di una concezione
antropologica, vi sembra poco?
Questo mi sembra essere il leit motiv di un libro che già
nel titolo pone interrogativi e mette in moto il mentale, “Parallele Bipedi”,
giocando su un ossimoro azzardato, desunto da due campi semantici del tutto
inconciliabili (così come deve essere un ossimoro, d’altronde) e che ci
legittima a chiederci se gli uomini (e le donne, ovviamente,), cioè i bipedi,
si comportino (per destino, per scelta, per consuetudine, per stupidità, come
parallele, che non si incontrano mai.
Chiudo, girando la domanda a Silvana e temendo (o sperando?)
che mi risponda che potrebbero incontrarsi all’infinito.
Luciana Gravina
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