Le poesie di Lucina Gravina. Sei spunti di lettura
di Francesco Muzzioli
1. Aprendo il libro di poesie di Luciana Gravina, Sul confine (Robin edizioni, collana “Le giraffe”), si è subito colpiti dall’audacia dell’im-paginazione: è infatti un libro che si deve aprire al contrario e che si legge quindi sfogliandolo verso l’alto, invece che verso sinistra. Non è una novità assoluta – c’è il precedente della Lezione di fisica di Pagliarani, che eccedeva perfino nelle proporzioni, – ma indubbiamente si tratta di una scelta singolare, contraria alle comode abitudini. E fa subito supporre che le poesie ivi contenute abbiano
richiesto questa disposizione fuori del comune a causa della lunghezza dei versi.
Spesso capita che il verso lungo ecceda i limiti della pagina e di solito lo si manda a capo giustificato a destra, spesso con davanti una parentesi quadra per evitare equivoci (altrimenti come sapere che quel frammento non sia un verso appositamente dislocato?). Invece, messo così per il lato lungo, non ci sono problemi e la poesia si può distendere come vuole e desidera, anche quando il suo contenuto non sia per niente distensivo. Tra l’altro, il verso di Luciana Gravina in alcuni casi (che vedremo poi) si allunga talmente fino a coincidere con la prosa, per quanto pausata da barre spaziatrici; non già per risparmiare spazio, quanto piuttosto per un motivo di fluidità del discorso, per non spezzare troppo il ritmo, attutendo le pause con l’abolizione dello spazio bianco. E già qui abbiamo individuato il problema di un confine: il confine del verso.
2. La poesia di Luciana Gravina è una poesia impegnata. Parte dalla consapevolezza che parlare della persona significa non ignorare la collettività che la circonda e l’avvolge. Ma nello stesso tempo che la persona deve aprire gli occhisu quella società e non accettarla come un fatto naturale. La poesia non può evitare di esplodere nei momenti di massima pressione esterna. Situazioni contingenti o meno: così i testi scritti nell’epoca del covid (dove a sorpresa compare sua maestà il sonetto!), oppure la poesia postelettorale del 2022 sull’apatia e la
cecità dei votanti («Forse. Potrebbe la luce / cercare il quarantasette per cento degli astenuti, o magari innamorati dell’ideologia permanente»…, p. 28), o ancora l’orrore della guerra in data 2021 (La guerra e la neve: «Ha la neve tra i denti questa guerra. La forza è nei / piedi dei bambini, armano svelti i chilometri, annusano / il gelo, adescano il confine», p. 39). Tra questioni concrete e locali, come il degrado della città di Roma («Roma / ha di queste controversie,
nutre // la bussola ai gabbiani teverini, / l’allarme rode gli ori nelle chiese /baratta sul terrore la memoria / ora che non è post (ci siamo dentro)», p. 44) e questioni generali come il potere assoluto del denaro sopra le forme di vita («C’è chi compra chi vende e che starnazza», p. 46), la polemica attraversa e anima molti componimenti. Si veda anche, tra gli altri, Il sussulto della terra:
Il sussulto della terra muove guerre e paradigmi,
spazia sulle montagne dei trucidi, corrompe lucidi
pensieri su questo arrancare che dissocia pane e altro e i
poveri di spirito e di soldi muoiono ignorati. La
Storia è anche questo. I gabbiani si avventano scaltri. (p. 19)
Né si tratta semplicemente di moralismo, bensì dell’impulso invettivale di una poesia che «mastica rabbia», tanto più quanto più si rende conto dello scarso impatto di una voce marginale come la poetica (perché «l’esercito dei poeti marcia impotente», come si legge a p. 39).
3. È assai interessante il trattamento che viene fatto della condizione esistenziale, di quella che a un certo punto viene definita «permanente fibrillazione dell’io» (p. 31).
Prendiamo come testo esemplare Il fiocco in testa, in semi-prosa, notevole anche per l’estensione poematica. Qui la ripresa del ricordo personale si fa piuttosto complessa. Subito all’inizio gli elementi del ricordo si spostano nei termini di “false identità” e “maschere”, che si rendono nella carica tensiva del linguaggio:
Col fiocco in testa solcavo il sole nella piazza / del sole vibrarono le sonaglieredei muli. Ancora sale / caparbio il segno, declina la presenza del dio sulle pagine inclini / al ginocchio dove il passo è muto, tenerezza del / tempo annodato sugli esiti resistere al silenzio magari / sotto falsa identità marcare il grembo della maschera / stratificarne il vuoto. (p. 61)
I movimenti della poesia diventano azioni compiute da protagonisti astratti (personificazioni? allegorie?), mentre il singolo viene a moltiplicarsi nel plurale:
Ancora / estremi ci consegniamo all’enigma. Dove l’essere si ambigua, le /superfici si affollano fragili innumerevoli sbattono ai / muri seminati di pane e niente flettono arabeschi inconsistenti / deflagrano in virtù accidentate vivono,burlesque, le / verità mediatiche ingozzano folle sagge senza spasmi. Ci /dimidiano Il dio delle cose spergiuro sputa sulla nostra ombra. Ci / siamo persi. (p. 63)
Il passato può essere interrogato alla seconda persona, però alla fine non resta che una sineddoche, come quel fiocco inseguito per tutto il testo: Punto reciproco alla fuga ha il segno in bocca di ogni prospettiva sveste / dove la voce affronta innumerevoli nascite dopo ogni conta chiede al / mare lo spostamento dell’ottica il gioiello dove il lobo non è più se stesso. Avviene prima, condensa / un trasalire ovatta to, slimitare un luogo dove ogni luce si arretra fuga incurante / di ogni punto necessaria all’ombra contro ogni nome prolungamento / delle mani velature di visioni presagite e già distanti. Superfici di suoni, eri col fiocco bianco eri bianca eri / vera prima di ogni alba prima di
ogni………………aurora. (p. 66)
4. Nelle poesie di Luciana Gravina una notevole consistenza ha anche l’invenzione verbale. Mario Lunetta, introducendo M’attondo il giorno, affermava: «ecco che la scrittura quasi si svelle da se stessa, e trova nuove forme neologistiche di indubbia efficacia straniante» (p. 91). Lunetta giustamente parlava della poetessa come “tessitricce”: ed è vero che, nelle varie soluzioni scelte, è costante l’attenzione a limare un testo ben costruito, mai lasciato a una falsa e sciatta spontaneità. Non ci sono solo i neologismi ottenuti con strani prefissi, ma anche
un uso improprio e originale dei termini.
Prendo come testo campione questo numero 10 della sequenza I punti:
È qui, proprio al centro del piede che il tempo si
accoscia al presente, qui dove il sempre si contiene e a
percezione sul disconfine allarga infinito e si sp(l)ande e si
dilaga fiume di luce e pulviscolo d’oro innanzi alle palpebre,
se chiuse d’ansia, se sicure così percepite, potessi spalmare
questo tremore illimitato, slimitarlo dunque questo
presente per l’infinito che ne viene e vivírlo di chiara
compiutezza del dieci. (p. 77)
Strano davvero quell’“accosciarsi al presente” detto del tempo, per proseguire poi con l’azione di “spalmare il tremore”, indice di un turbamento che ci si sforza di contenere. E poi l’uso del prefisso negativo in “disconfine” e “slimitare”, la parentesi inclusa di “sp(l)ande” come alterazione possibile, infine la variante “vivírlo” per “viverlo”, che rende un accento più acuto. C’è una generale manipolazione.
5. Ma c’è un altro punto eclatante: l’autrice ha voluto aggiungere ai testi nuovi una scelta dalle precedenti raccolte, in modo da dare un’idea del suo lavoro complessivo. Bene, però il percorso è a ritroso, parte dai più recenti per arrivare ai più lontani nel tempo invertendo l’ordine cronologico consueto. Questa successione inusitata è ovvia ai miei occhi: ho sempre pensato che la storia avesse un senso solo se è funzionale al presente in cui la rammemoriamo per cui
è il punto d’arrivo spiega il punto di partenza e non viceversa. Così qui Luciana
Gravina racconta al contrario la storia della sua poesia, attraverso un “impianto discendente” che va dal 2024 al 1979, inglobando nel suo corso una selezione di“stralci” dalle raccolte precedenti, L’infinito presente (2011), Del senso e del sé, (2006), M’attondo il giorno (2003), E se… (1986), La polena (1984), A folle da uno a due (1979). Offrendo così à rebours i passi compiuti, a dimostrazione di
una sostanziale fedeltà alla poesia come “tessitura”, appunto, di suoni e di significati accuratamente calcolati.
6. Qualcosa rimane da dire sul titolo, Sul confine. Il termine compare spesso e vedi qui: «A / volte il confine mette fretta, lancia messaggi condor, gira attorno, / arroganza e seduzione, spiazza il piede, potrebbe, potrebbe anche / scartare, dargli un // calcio agli incatramati che organizzano guerre al di qua, ai / disperati che comandano niente e perdono tutto (…)» (p. 14). Il “confine” è quello che sancisce il limite della norma, della regola, della legge: una poesia che si rispetti
deve allora situarsi “sul confine” e consentire passaggi, deroghe, contrabbandi irrituali. E infatti, qui: tra privato e pubblico, storia ed esistenza, poesia e prosa.
Secondo una salutare etica del dubbio (vedi l’Acrostico del dubbio cartesiano, p. 29). Lungo i rami e le direzioni di una ricerca non consolatoria.
Francesco Muzzioli
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